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mercoledì 19 giugno 2013

E se Benedetto XVI uscisse dalla clausura per la canonizzazione di Giovanni Paolo II?

Non conosciamo ancora la data ma di certo sarà una giornata di grande festa quella per la canonizzazione di Giovanni Paolo II, uno dei papi più amati della storia che verrà dichiarato santo da un successore di Pietro che sta richiamando folle mai viste.
Papa Wojtyla e papa Bergoglio, già ce li immaginiamo: il grande drappo appeso alla loggia centrale della basilica che ritrarrà il nuovo santo e le parole, sicuramente cariche di emozione, del papa argentino mentre leggerà la formula di rito dinanzi a una Roma straripante dei fedeli e delle telecamere di tutto il mondo. Un evento planetario, di fede e mediatico, attorno alla Chiesa e ai suoi grandi testimoni di oggi.

Ma quel giorno mancherà qualcuno: sarà assente il papa “intermedio”, quello che ha raccolto la difficile eredità, anche mediatica, di Giovanni Paolo II e che ha aperto la successione a questo papa con più forze fisiche e spirituali, più giovane, maggiormente carico di energie per tenere con mano ferma il timone della barca di Pietro e per compiere quelle scelte necessarie, anche a livello di curia, per riportare serenità e trasparenza in ambiti che talvolta non si sono mostrati così evangelici.

Benedetto XVI sarà, anche quel giorno, invisibile agli occhi del mondo nell’ex monastero "Mater Ecclesiae", a poche centinaia di metri da quella piazza, ritirato in preghiera come ha annunciato negli ultimi suoi istanti pubblici, un "pellegrino che inizia l’ultima tappa del suo pellegrinaggio in questa terra".
Eppure quel giorno, che con crescenti probabilità potrebbe essere il 20 ottobre come data significativa posta tra l’elezione, la messa di inaugurazione del pontificato e la festa liturgica del beato Giovanni Paolo II, la sua assenza sarà stridente.
Mancherà vistosamente quel passaggio tra i due pontificati di Wojtyla e Bergoglio, come se ci trovassimo a camminare dovendo fare a meno di un indispensabile punto di appoggio. Questo ha rappresentato il pontificato di Benedetto XVI, con quella successione così coraggiosa dopo un gigante che aveva guidato la Chiesa per lunghi anni, amato in ogni angolo della terra, decisamente carismatico e per questo anche fortemente mediatico.

Eppure il teologo bavarese, in quell’aprile del 2005, non si era spaventato di tutto ciò o forse sì ma aveva assunto il carico del pontificato con profondo spirito di servizio, come un “semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore”, consolato dalla certezza che “il Signore sa lavorare e agire anche con strumenti insufficienti”. Mentre nei sette anni e dieci mesi come successore di Pietro papa Ratzinger ha dimostrato di essere eccome all’altezza del difficile compito, raccogliendo con forza e determinazione le nuove sfide che si presentavano alla sua persona e alla Chiesa, con quella determinazione che lo faceva marciare a passo incessante verso la soluzione dei tanti problemi che bussavano prepotentemente alle porte vaticane. Un pontificato di duro lavoro, condotto con passo misurato ma senza tentennamenti, sino alla rinuncia, anch’esso come estremo gesto di coraggio e di amore verso la Chiesa e il popolo di Dio.
Per tutti questi motivi, l’arrivo sul soglio di Pietro di papa Francesco dovrebbe far ricordare, ogni istante, quanto sia stata generosa e provvidenziale la scelta di Benedetto XVI, evidentemente maturata in un contesto di grande fede e di profondo discernimento spirituale.

Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, i papi degli ultimi 35 anni, i pontefici dei grandi cambiamenti, delle nuove sfide sociali con la Chiesa coraggiosamente pronta a coglierle e a farne nuovi avamposti di evangelizzazione. Tre pontificati tra loro strettamente connessi, con tre personalità molto differenti, calate in contesti diversi e, per chi è credente, provvidenzialmente scelti dallo Spirito Santo per accompagnare la Chiesa in questo frangente di storia.
Il papa della caduta dei vecchi regimi e dell’evangelizzazione condotta in prima persona, in ogni angolo della terra; il papa del riordino delle carte e delle questioni spinose rimaste sulla scia del precedente pontificato o esplose con vari scandali, dalla pedofilia a Vatileaks; infine il papa che avvicina ancor più la Chiesa all’uomo, che strattona giù dai piedistalli certi uomini di curia, che incarna il Vangelo nel concetto di povertà (che non significa pauperismo, come ha sottolineato), di misericordia e di attenzione all’uomo e al creato. Un programma di pontificato e di vita racchiuso in quel nome che rievoca, in maniera così intensa ma anche impegnativa, il santo di Assisi.


E così, in quel giorno di festa che tutti auspichiamo prossimo, sarebbe bello che Benedetto XVI si lasciasse convincere a uscire dalla sua stretta clausura. Non oscurerebbe niente e nessuno, la sua umiltà e riservatezza, il suo profondo spirito di servizio alla Chiesa, la riverenza e obbedienza al nuovo papa (professate sin da prima dell’elezione del successore) sono fuor di dubbio. La sua presenza in quella piazza sarebbe un motivo di festa in più, una condivisione piena, una consequenzialità al percorso che lo Spirito Santo ha disegnato per questa Chiesa dalle mille risorse e dalle mille sorprese. (eli) 


Pubblicato da La Perfetta Letizia

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