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sabato 3 settembre 2016

I disegni di Madre Teresa e gli scarabocchi di Charlie Hebdo

Le matite di Charlie Hebdo e la piccola matita di Dio. 
In questi giorni si intrecciano storie di matite: quelle intrise di insensibilità della rivista satirica francese e quella incarnata da una piccola donna, dal cuore di un gigante: Madre Teresa di Calcutta che sarà canonizzata domani da papa Francesco.

In questo groviglio di tracce sui fogli della cronaca, fa bene seguirle con un dito per comprendere dove ci sentiamo di approdare: nel porto di una satira senza cuore o in quello di una grande carità e amore.

Questa volta non mi sento proprio di difendere le matite di Charlie Hebdo.

La vignetta sul terremoto nel centro Italia non riesco a "digerirla", neppure sforzandomi nel leggerla come una denuncia verso un sistema edilizio attento a rimpinguare le tasche a discapito della sicurezza dei cittadini. 
Un rifiuto che non è motivato semplicemente dall'aver toccato "casa nostra", bensì per il fatto che, dinanzi a 295 morti e a sopravvissuti che hanno perso tutto, un po' di delicatezza sarebbe indispensabile. 

Non si tratta certo di una limitazione della libertà di espressione, bensì della rivendicazione di una sensibilità che, evidentemente, non appartiene loro. E, secondo i miei parametri, si deve essere prima veri uomini che bravi professionisti.

Sono tra coloro che gridava #JeSuisCharlie, dopo l'attentato terroristico alla loro redazione il 7 gennaio del 2015 che costò la vita a dodici persone, nonostante le vignette di pessimo gusto e irriguardose (anche sul cristianesimo) che hanno prodotto negli anni.

Dopo il grave atto terroristico li ho difesi per un solo motivo: quella violenza non era giustificabile neanche dinanzi alla peggiore provocazione e quindi sentivo il bisogno di contrappormi radicalmente a quanto avvenuto, senza lasciare alcun minimo spazio ai se e ai ma. Bisognava, in altre parole, fermarsi sulla soglia di quanto accaduto e gridare che non si può uccidere, per nessun motivo, tantomeno per delle vignette. Punto. Ma adesso che la vicenda non è stata portata fuori strada da alcun atto di violenza, mi sento di gridare con la stessa forza che tutto ha un limite, anche se teoricamente appare difficile fissarlo. Spetterebbe al buon senso del singolo ma, evidentemente, i disegnatori di Charlie Hebdo ne sono totalmente sprovvisti.  

Personalmente credo che la satira debba far ridere e riflettere, anche con irriverenza. Se avessero sbattuto in quella vignetta i vari amministratori che non hanno utilizzato a dovere i fondi pubblici richiesti per gli adeguamenti o i politici che sperperano senza dare come priorità un serio programma di messa in sicurezza nazionale contro i rischi del nostro territorio, allora avrei accettato la provocazione. Ma le vittime non le posso vedere utilizzate come strumento di alcuna operazione, seppur di denuncia, quel "ripieno" della lasagna mi nausea o, meglio, mi nauseano loro, leggendovi anche una certa spocchia. Quei morti meritano solo rispetto, silenzio e, per chi crede, una preghiera.
E, in coerente atteggiamento presuntuoso, la testata è pure tornata al contrattacco elevando al quadrato la loro offensiva insensibilità: proporre sulla pagina Facebook una vignetta nella quale si sottolinea che non è stato Charlie Hebdo a costruire le case crollate bensì la mafia, è l'ennesimo volgare affronto.

Cosa fare, dunque, dopo l'onda di piena delle critiche sul web? Di certo non utilizzare la violenza verbale ma, a questo punto, boicottare la testata per quanti la acquistano. In seconda battuta non ingaggiare alcun duello a suon di matite che talvolta - lo abbiamo appena verificato sulla nostra pelle - feriscono come armi. Non ritengo una buona operazione rispondere con quella vignetta che ritrae la redazione del giornale satirico francese come uno scolapasta dal quale sgorga il sangue delle vittime dell'attentato, con il macabro titolo "Servizi segreti alla francese".

C'è niente da ridere e tantomeno da scherzare: il rispetto non si può rincorrere sul terreno delle offese, gettando sale nelle ferite e, peraltro, muovendoci su un piano che ha visto la Francia più volte vittima e il nostro Paese continuamente esposto alle minacce dello Stato islamico.
Riponiamo matite e satira da quattro soldi, dimostriamo la solidarietà nei momenti del dolore altrui, auspichiamo lo stesso rispetto che abbiamo dimostrato ma che non può essere preteso con la violenza fisica, né della parola, né della satira.

Guardiamo la vicenda con il necessario distacco e concentriamoci piuttosto sulle matite che hanno disegnato, nel corso della loro e della nostra vita, messaggi di pace e di amore. 
La cronaca ci aiuta: domani, a piazza San Pietro, sarà canonizzata Madre Teresa di Calcutta, la piccola matita di Dio. Seguire le sue tracce sarà decisamente più sensato che correre dietro agli scarabocchi di Charlie Hebdo.  

La vita di Madre Teresa è piena dei colori dell'amore verso il prossimo: ogni biografia della beata, domani santa, può aiutarci a ripercorrere la sua straordinaria esistenza.
Una vera e propria sfida ai nostri schemi mentali, un modo per spogliarsi di preconcetti, certezze e comodità, mettendoci - attraverso il suo esempio - sui passi della vera autenticità.

Non sarà facile, come per tutte le grandi imprese, ma come ci ricorda Benedetto XVI "noi abbiamo bisogno di loro (dei santi), perché i nostri piedi sono troppo stanchi e i nostri occhi troppo deboli, perché possiamo da soli riconoscere il fine ed essere capaci di percorrere la strada che vi conduce".





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