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martedì 9 agosto 2016

La "dieta" imposta al direttore del Resto del Carlino e l'anoressia culturale del giornalismo

L'infelice titolo de Il Resto del Carlino, sulle tiratrici con l'arco "in carne", rischia di chiudersi con la punizione esemplare inferta al direttore, mettendo però in secondo piano il vero problema che ha portato a galla, ovvero la proliferazione di un giornalismo che non sa più reggersi sulle basi del buonsenso, del rispetto e dell'eleganza.
Il quotidiano bolognese, come noto, ha pubblicato un resoconto sulla gara femminile del tiro con l'arco a Rio de Janeiro, sintetizzando così: "Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico". 
Quanto è bastato per sollevare un unanime coro di sdegno che, alla fine, sta gridando così tanto da stordire la capacità di andare oltre quel titolo.

A poche ore dall'uscita del quotidiano, il presidente della Federazione italiana del tiro con l'arco, Mario Scarzella, ha scritto una formale lettera di protesta, l'onda dei social network è montata con la velocità di uno tsunami e, dinanzi a questo diffuso risentimento, il direttore della testata Giuseppe Tassi, benché si fosse pubblicamente scusato, ci ha lasciato la poltrona.
Un modo assai sbrigativo da parte dell'editore, per chiudere una vicenda biasimevole che non è fine a se stessa ma nasconde tanti problemi interni al mondo dell'informazione, a partire dall'incapacità di informare senza ricorrere al sensazionalismo, a un linguaggio e a immagini propri di un giornalismo becero, guardone e limitato all'esteriorità.  

Qualcuno è ricorso alle questioni di genere e all'esito negativo della prova delle tre atlete, ma credo che non sarebbe cambiato qualcosa in caso di vittoria. Nella estrema sintesi e nella sterile ricerca di elementi utili alla spettacolarizzazione, il titolista e il direttore (in quanto responsabile di ciò che viene pubblicato), sono caduti sulla buccia di una preoccupante superficialità. Una mancanza che non può permettersi un professionista che svolge questo mestiere, al quale - mi si perdoni il romanticismo - attribuisco ancora un ruolo di informazione e non di spettacolarizzazione, quindi educativo, di crescita e di rispetto verso tutte le peculiarità e "differenze".

La testata ha deciso di dare un taglio netto al problema, facendo "saltare il direttore", ma anche i più intransigenti non possono accontentarsi di una soluzione che risulta essere - nel complesso mondo dei media - solo un isolato palliativo, trattandosi piuttosto di un diffuso limite culturale.
Il vero problema, infatti, è che siamo immersi sino al collo in un sistema informativo in rapida degenerazione, dal quale riusciamo a malapena a mettere fuori la testa, per prendere qua e là, qualche rara boccata di sana informazione.

Dinanzi a un panorama a tinte fosche, consapevoli che sembra impossibile risalire la china della professionalità, rischiamo persino di divenire tolleranti verso certe sbavature e ci chiediamo se non sia eccessivo il provvedimento - non per una volontà di protezione verso il direttore "dietologo" - bensì spinti da quanto di peggio vediamo quotidianamente sui giornali, in tv, sul web.
In altre parole - si chiede qualcuno - se si mette in strada un direttore che chiama "cicciottelle" delle atlete, cosa dovremmo fare a coloro che sbattono presunti mostri in prima pagina, che si rendono fiancheggiatori di un sistema corrotto, che gettano la verità nel cestino per assecondare i potenti di turno, che non garantiscono la tutela dei minori e dei soggetti deboli?
Ovviamente questi comportamenti sono assai più gravi di un titolo nato male e partorito da menti che hanno ceduto alla corsa al ribasso dell'informazione, rinnegando quei principi deontologici che dovrebbero ispirare ogni virgola e, al contempo, infangando l'impegno di chi crede ancora in questa straordinaria professione.

Ma non ci possiamo permettere di guardare sempre al peggio: finiremmo per giustificare e trovare ogni volta un'attenuante a quei comportamenti che, in ogni modo, stanno concorrendo a denigrare la credibilità della professione.
Cerchiamo allora di mantenere ferma la nostra capacità di indignarci - operatori dei media e fruitori - di non abbassare mai l'asticella della tolleranza, pensando che "c'è anche di peggio!". 

Tutto ciò permetterà di dettare, per quanto possibile, delle regole personali, morali e alla lunga di mercato, isolando i cattivi esempi.

Non fermiamoci al simpatico e dilagante slogan circolato sui social del "Je suis cicciottell" ma cerchiamo di tracciare nelle nostre bacheche, nelle nostre letture quotidiane, nel tempo dedicato all'informazione, una mappa che ci faccia percorrere i sentieri dell'informazione seria e professionale. 

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