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lunedì 22 ottobre 2012

Dacci oggi il nostro squillo quotidiano

Ogni domenica, in ogni chiesa, la stessa scena direttamente proporzionale al numero dei partecipanti e al grado di maleducazione: i cellulari che squillano, vibrano e i loro possessori che rispondono a chiamate, sms e sbirciano la rete.
Qualche tempo fa scrissi un articolo che, per la sua immutata attualità, ripropongo qui.


Il Signore comunica con noi in tanti modi ma certo non vi chiamerà mai al telefono.
Per cortesia… tenetelo spento
 



 
L’invito, dal taglio decisamente ironico senza per questo rinunciare al senso religioso, è affisso all’ingresso della chiesa della Natività di Gesù in piazza Pasquino a Roma. I problemi sono comuni in tutte le parrocchie e la maleducazione di turisti e fedeli entra indisturbata tra immagini sacre e funzioni liturgiche, tanto che ogni chiesa è ormai costretta a imporre sul percorso dei fedeli cartelli e divieti più o meno minatori.
Se ci pensiamo, in ogni chiesa siamo accolti prima che dall’acquasantiera da una serie di veti che vanno a regolamentare abbigliamento, fotografie, riprese e soprattutto uso dei telefonini. Le immagini sono generalmente comuni a ogni edificio di culto, con la rappresentazione di cellulari e macchine fotografiche vistosamente barrati, per cercare di arginare comportamenti scorretti, penetrando nell’ambito di un buon senso che dovrebbe agire autonomamente. Ma l’esperienza insegna che non è così, e dunque ogni parrocchia si attrezza per vietare o perlomeno per ricordare che non è conveniente portare in chiesa telefoni accesi, in particolare durante le funzioni.
Niente di nuovo dunque, ma nel caso di questa chiesa romana nei pressi di piazza Navona, l’invito a spegnere il telefonino non ha solo un carattere coercitivo nei confronti di comportamenti tanto diffusi, bensì invita, anche con la giusta dose di ironia, a riflettere sull’uso di uno strumento di cui si fa vero e proprio abuso. Il tenore dell’avvertimento si riflette in quelle garbate righe scritte al computer e affisse in una posizione abbastanza defilata, pochi passi prima di varcare la soglia di questa piccola chiesa: niente divieti altisonanti ma l’invito a una riflessione, proprio quella che dovrebbe accompagnare – assieme alla preghiera – la presenza in un luogo sacro.
E così i responsabili di questa chiesa, ricostruita dopo la metà del 1800 e affidata negli anni recenti alla comunità congolese, ricordano come il Signore ci possa chiamare in tanti modi ma non attraverso quel moderno attrezzo tecnologico dal quale non riusciamo mai a separarci, ancor meno da quando ci permette di essere sempre presenti in rete. Motivo per cui, almeno quando si entra in un luogo di preghiera e si assiste a una funzione religiosa, è opportuno spegnerlo. Non tanto silenziarlo che equivale a una mezza scelta, a quell’essere multitasking che connota l’attuale società.
Se agli imbarazzanti squilli che riecheggiano sotto le volte affrescate delle nostre chiese si aggiungono quelle insistenti e sorde vibrazioni, comprendiamo come il grado di attenzione alla Parola sia molto basso, divisa tra la funzione religiosa e l’essere sempre a disposizione di chiunque ci voglia raggiungere.
È certo che l’uso del cellulare è una delle principali fonti di distrazione tra i fedeli: senza dover arrivare agli estremi di chi si mette a rispondere durante la messa, di chi attraversa la navata tenendo stretto in mano l’insistente interlocutore che non desiste dalla chiamata e di chi sgrana lettera dopo lettera veloci messaggi come si converrebbe piuttosto – visto il luogo – ai grani del rosario.
Fenomeni cui assistiamo impotenti, e talvolta indignati, in ogni celebrazione liturgica e che raggiungono un livello decisamente insopportabile in occasione di matrimoni e cerimonie “di massa” in cui la presenza in chiesa non rappresenta tanto una libera e consapevole scelta quanto la necessità di assolvere sino in fondo ai doveri di invitato.
Chi non ricorda il film di Carlo Verdone “Viaggi di nozze”, con il medico Raniero Cotti Borroni che convola a nozze con il telefonino attaccato all’orecchio, percorrendo la navata della chiesa a braccetto della povera sposa mentre dispensa consigli medici ai propri pazienti?
Una vera e propria “patologia” che ritroviamo in molti colleghi, amici e persino in noi stessi.
La diffusione di questa pratica la testimoniano quei divieti alle porte delle chiese, i regolamenti di molte parrocchie che ritroviamo anche sui rispettivi siti e, naturalmente, l’esperienza di coloro che stanno dall’altra parte dell’altare e assistono ogni giorno a scene del genere, spesso non immuni, essi stessi, dalla dipendenza da cellulare. C’è chi ci ha scritto anche un libro come il domenicano padre Raimondo Sorgia, dall’esplicito titolo “Un po’ di galateo in chiesa”, riscontrando proprio come l’uso indiscriminato dei cellulari costituisca il primo, quanto a diffusione, segnale di maleducazione e di mancanza di rispetto.
Il suono del cellulare disturba la cerimonia, verrebbe da pensare in prima battuta. E in effetti omelie e consacrazioni eucaristiche cadenzate dalle più svariate suonerie inducono spesso a cattivi pensieri anche i sacerdoti e i fedeli più tolleranti. Ma non è solo un problema di educazione verso gli altri. Lo è innanzitutto verso se stessi, per questa crescente incapacità di porsi dei limiti, di dettarsi una disciplina e, soprattutto, di dedicarsi un po’ di tempo. E di silenzio. Lontani da quei trilli, melodie e vibrazioni potrebbe davvero aprirsi una proficua comunicazione con chi non ci chiamerà mai al telefono.

(da http://raivaticano.blog.rai.it - 3 ottobre 2011)

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