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sabato 30 luglio 2016

Uno sguardo femminile sulla Chiesa: intervista a Sr. Mary Melone, Rettore della Pontificia Università Antonianum

Qualche settimana fa papa Francesco ha espresso la volontà di istituire la festa di Maria Maddalena, prima testimone ma anche prima annunciatrice della Resurrezione. Che lettura dà alla scelta di valorizzare questa figura femminile?
Ricordo che poco dopo l’elezione papa Francesco, nella veglia pasquale del 2013, fece il primo riferimento alle donne e all'annuncio della Resurrezione. Se leggiamo in modo speculare quel momento con l’istituzione della festa di Maria Maddalena, si può individuare un filo che attraversa il pensiero e il pontificato di papa Francesco, cioè la consapevolezza che le donne hanno un ruolo non tollerato ma realmente strutturale nel costituirsi della Chiesa che è determinato dalla Pasqua e dalla parola che la annuncia. Se la Chiesa si fonda sull'annuncio della Resurrezione, è chiaro che le donne lo portano per prime, quindi non è una presenza a cui bisogna far spazio inventandosi chissà quali teorie ma è appunto strutturale. Mi sembra che il papa lo dica con grande semplicità e immediatezza.
 Il ruolo delle donne nella Chiesa è oggetto di diverse aspettative che arrivano a lambire anche il sacerdozio. Quale potrebbe essere, intanto, il passaggio determinante per giungere a una effettiva reciprocità tra uomo e donna?
Io sono arrivata a occuparmi di questi temi per il ruolo che occupo adesso, per il servizio che mi è stato chiesto e sono contenta che sia un buon segnale per tante donne che vi hanno visto un’apertura. Personalmente non aspiro al sacerdozio, per la mia formazione e per le mie esperienze, ma questa non intende essere una critica a chi ha queste attese, che rispetto sinceramente.
Credo a questo proposito che il mondo francescano abbia una positività di fondo: in questo ambiente non ho mai sentito una discriminazione di genere. Sia da studente, sia da professore, sia nella possibilità di un avanzamento professionale, io non ho mai avuto un trattamento diverso dai frati e la mia nomina si inserisce in una normale dinamica di vita accademica.
Noi donne non dobbiamo dimenticare che il cambiamento richiede più livelli. Il primo livello è di formazione, non tanto nostra ma da parte di chi ha un ruolo dirigenziale, di coordinamento, e mi riferisco soprattutto ai sacerdoti. Nei seminari lo studio dovrebbe recuperare non solo un confronto con la teologia femminile e della vita consacrata, ma anche un'antropologia che sia più aperta alla reciprocità. Di fatto molti sacerdoti vengono preparati in maniera eccellente ma con una visione ecclesiale che non tiene conto né di una ecclesiologia di comunione, né di una ecclesiologia del popolo di Dio, né viene fondata su una antropologia della Genesi.
Ben prima di pensare a ruoli da ricoprire in curia, ci troviamo spesso in difficoltà nella parrocchia, per un fatto culturale, di supremazia, che rivela la mancanza di formazione nei seminaristi a una apertura verso le donne, che è poi uno degli aspetti dell'apertura nei confronti dei laici. Se non c'è questa apertura verso le donne, manca lo sguardo verso l'altro da se'. Deve essere chiaro che il sacerdozio è una funzione e non una potestas, un potere fine a se stesso: se non si recupera un livello formativo che incida alla base, le riforme dall'alto non avranno mai una presa profonda, capace di attuare quel cambiamento di cui parla papa Francesco e del quale noi sentiamo il bisogno.

E gli altri livelli?
Un secondo livello è quello pastorale: le donne in genere, le religiose in particolare, portano avanti una percentuale enorme di lavoro pastorale. Se non ci fossero le donne, la catena della trasmissione della fede sarebbe interrotta: il catechismo è affidato a noi, la formazione nelle famiglie dipende più dalla donna, così come il lavoro pastorale nelle frontiere e nelle periferie.
Tutto questo impegno deve essere valorizzato dal punto di vista istituzionale, la Chiesa deve trovare una modalità perché questa esperienza pastorale diventi incisiva laddove essa riflette su se stessa, come nei momenti sinodali e collegiali.
Va detto che c'è una peculiarità femminile individuabile nella nostra sensibilità all'altro, nell’attitudine alla relazione, all'ascolto, all'accoglienza. La natura ci ha reso più capaci di pensare agli altri, il nostro rapporto con la vita è diverso, noi la generiamo, la vediamo crescere, la custodiamo e certamente tutto questo ci segna.
Terzo livello, infine, è quello di portare la donna dove si assumono le decisioni, quindi ripensare un po' alcune forme di governo della Chiesa che non sono necessariamente legate al potere di giurisdizione. Questa è una riflessione che coinvolge ovviamente sia la teologia sacramentale sia il diritto canonico. Però, in definitiva, sarebbe molto limitato se la riforma si circoscrivesse a questo: è possibile una donna a capo di una congregazione o dicastero ma, se non ci sono tutti i tre livelli, credo che non si cambi. Anzi, forse sarebbe la scorciatoia che potrebbe fermare la riforma.

Il mondo femminile religioso è veramente pronto a tutto ciò?
Ho avuto un ruolo di formatrice nel mio istituto e ho visto le giovani generazioni cambiare con una accelerazione di cui siamo tutti spettatori. Noto che, di fronte ad alcune teologhe che sono sui settanta anni, io ho molto meno attivismo perché appartengo a un periodo in cui tante battaglie erano già state fatte, mentre le nuove generazioni sono ancora più indifferenti. Faccio un esempio: le sette giovani italiane che attualmente sono in formazione nella mia Congregazione sono tutte laureate. Questo significa che entrano più tardi in convento e non è un particolare secondario per la formazione, ma significa anche che hanno alle spalle una professionalità che le ha portate a un ruolo, a una posizione anche nei confronti dei colleghi uomini. Quindi è impensabile che queste generazioni si pongano il problema di un loro riconoscimento: lì dove non c'è, diventano semplicemente indifferenti, come se la parte maschile che non concede spazio, per così dire, non meritasse nemmeno di essere presa sul serio. Di questo bisogna essere consapevoli: se le generazioni precedenti combattevano, le generazioni di oggi sono un po’  più indifferenti. Eppure questa indifferenza andrebbe guardata seriamente: la fuga delle donne dalla Chiesa non aiuterebbe nessuno, sarebbe veramente un dramma sotto tanti punti di vista. Mi chiedo se nelle nuove generazioni questa mancanza di passione non sia anche segno di una disaffezione dal mondo ecclesiale. Conosco donne che quando parlano del Concilio Vaticano II si trasformano, lo hanno sentito come un evento che ha segnato non solo la Chiesa ma la loro vita nella Chiesa e sarebbe importante che questa passione si trasmettesse anche alle nuove generazioni.

Quale contributo può dare il mondo dell'Università per una riflessione di approccio teologico sul ruolo della donna?
Secondo me il mondo dell'Università è, in questa fase, davvero fondamentale. Innanzitutto perché può riflettere e quindi produrre pensiero. Credo ci sia un numero di teologhe che hanno acquisito e guadagnato grande autorevolezza negli studi biblici e non solo. Ma penso che in questo senso tutti, non solo le donne ma l’intero corpo docente di una Università, possa produrre una visione ecclesiologica sempre più adeguata.
Poi ci sono altri aspetti molto importanti: vedere che anche una donna può avere la stessa competenza, serietà e professionalità di un uomo, è una esperienza che segna lo studente. Come del resto porre una donna a insegnare ai futuri sacerdoti, credo che sia significativo nell'esperienza di un uomo che si dovrà confrontare con il mondo. E poi Università significa ricerca, incontri, conferenze, contatti con altre istituzioni. L'Università deve formare persone aperte e, se mancasse il mondo delle donne e il contributo dei laici, non so se faremmo un vero servizio culturale in queste Università pontificie, in quanto dobbiamo formare studenti aperti e non si può farlo solo teoricamente ma ciò deve essere sperimentato nelle diversità.

È in atto un ampio dibattito sul gender: il cristianesimo, sempre attraverso la formazione, come può cercare di ricondurre all'essenza dei generi biologici - maschile e femminile - nella loro reciprocità? Come si può cercare di riportare un ordine in una situazione che sembra sfuggita di mano, sul piano della consapevolezza identitaria?
È molto difficile affrontare questi problemi anche perchè sono supportati, in maniera non limpida, da questioni economiche che stanno dietro le ideologie. Si fa di ogni ideologia un'arma quando ci sono interessi economici che vanno al di là dei diritti. Semplicemente, non c'è un genere da decidere ma un dono da accogliere, un progetto di amore. Non so come si possa uscire dall’attuale situazione, di certo dovremmo agire su due livelli. Il primo è quello di non temere il dialogo: a volte il nostro atteggiamento è esclusivamente difensivo, anche per motivi giusti perché di fronte ad alcune situazioni non può esserci il compromesso; tuttavia viene interpretato come chiusura e quindi ignorato. La Chiesa perde così la possibilità di dire la propria parola in quanto viene precluso l’ascolto. Dunque il primo passo è di non chiuderci e non temere il confronto che, comunque, richiede sempre preparazione. Seconda cosa è di non rinunciare all’unica arma che abbiamo: recuperare il valore formativo nelle scuole ma anche nella vita comunitaria, valorizzando le caratteristiche dell’essere uomo e donna, riportandole alla visione biblica della creazione. Stiamo assistendo a un martellamento dinanzi al quale la Chiesa deve trovare il modo di far passare il proprio messaggio e di essere ascoltata, ferma restando la libertà dell’uomo.

Veniamo al mondo francescano, in particolare al rapporto di Francesco con le donne: Chiara e la figura di Jacopa. Cosa può suggerire oggi?
Chiara ebbe un ruolo insostituibile, anche nella chiarificazione vocazionale di Francesco che, quando non sa cosa fare della propria vita, oltre che a fra Leone, è a lei che si rivolge. Questo dice l'importanza di un rapporto in cui la donna assume l'autorevolezza di un discernimento che in genere si attribuisce alla figura maschile. L'amicizia con Jacopa, poi, riesce a superare tanti pregiudizi. Il mondo francescano, da Francesco in poi, non si riesce a pensare senza il rapporto con le donne e non solo per i monasteri di Clarisse: pensiamo ad esempio anche a Elisabetta di Ungheria. Le donne hanno saputo interpretare, forse in maniera più immediata degli uomini, la vita di Francesco.  Inoltre, non si deve dimenticare che le Congregazioni femminili francescane, nate a fine Ottocento, sono il modo con cui il francescanesimo si è confrontato con la modernità. Nel periodo delle soppressioni, quando gli Ordini maschili vengono aboliti, nel grosso disorientamento che si genera, sono gli istituti femminili a entrare in dialogo con la modernità. Queste donne, proponendosi come maestre, infermiere, si inseriscono nel tessuto sociale. Senza l'elemento femminile il francescanesimo non sarebbe comprensibile e questo proprio grazie al modo in cui Francesco ha considerato Chiara e le donne in genere.
Quanto alla figura di Jacopa, personalmente la ritengo rivoluzionaria anche per la presenza in momenti particolarmente significativi della vita di Francesco, come quello della morte. È evidente che Francesco è una figura molto libera che riconduce il tema uomo-donna a questa necessaria libertà che è propria del cristianesimo, compiendo un cammino splendido verso questa libertà e riuscendo a rapportarsi al di là dei pregiudizi fortissimi dell'epoca. Bisogna però dire che egli ha anche trovato delle donne molto libere: non è solo lui un grande uomo, sia Chiara sia Jacopa sono donne di una statura gigantesca, donne la cui femminilità è pienamente realizzata.

Qual è la sua figura di riferimento nella quale riconosce quelle caratteristiche della femminilità che possono essere funzionali a una crescita negli ambiti della famiglia, della società, della Chiesa?
Sono entrata in convento a 19 anni e ho conosciuto consorelle che mi hanno affascinata per la loro piena
umanità. Ricordo la superiora generale dell’epoca, madre Giulia e poi madre Olimpia, due donne culturalmente molto diverse. Erano gli anni Ottanta: madre Giulia non era laureata, madre Olimpia sì. Eppure erano ambedue donne di grande apertura, hanno avuto la capacità di mediare con la mutazione dei tempi, donne concrete, di una sensibilità eccezionale ma anche di una grande chiarezza di principi. Quelle sono donne che mi ispirano e che ho conosciuto nel quotidiano. Le figure che culturalmente hanno segnato il mio cammino sono tante, sicuramente Edith Stein che, tra l’altro, si è interrogata molto sulla donna e si è fortemente impegnata nel mondo universitario. Mi ripeto sempre una sua frase, scritta nel 1932 a Hedwig Conrad-Martins: “Non è facile stare in un posto di responsabilità, per il quale mi mancano molte conoscenze necessarie, e avere poche probabilità di poterle recuperare tutte. Ma fino a quando avrò indizi che il Signore mi vuole in questo posto, cercherò di rimanere”. Figura di una grandezza della quale forse era lei l’unica a non rendersi conto.

Per concludere, torniamo al mondo universitario: stiamo assistendo al cammino per la costituzione dell’Università francescana, una nuova realtà accademica che rappresenterà un importante punto di unione tra le famiglie francescane…

Una opportunità unica ed è proprio in questa fase operativa che ci rendiamo conto – forse più che all’inizio – dei nodi da sciogliere, delle fatiche da affrontare ma anche delle numerose potenzialità. Molti aspetti devono ancora essere definiti ma percepisco una grande e positiva attesa da parte del mondo francescano. Inoltre, con la nostra unità, potremo fare un importante servizio alla Chiesa. 


Articolo pubblicato da San Bonaventura informa - luglio/agosto 2016 

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