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domenica 19 giugno 2016

Quel fiume di fango che sfigurò la mia terra

Venti anni sono un tempo relativamente lungo che permette di vedere ancora con grande nitidezza gli eventi, sentirne i rumori e gli odori, conservare i ricordi di volti, di voci, di sguardi. Ci sono comunque avvenimenti destinati a sopravvivere a qualsiasi tempo e sono quelli che ti hanno coinvolto nel profondo, che ti hanno occupato la mente giorno e notte, che ti hanno fatto piangere e sorridere, che ti hanno lasciato un segno profondo, destinato a sopravvivere a qualsiasi anniversario, anche il più longevo.
L'alluvione della Versilia e Garfagnana non è stata solo una calamità che ha colpito la mia terra o un impegnativo banco di prova professionale, è stata ed è un bagaglio che accompagna tutt'oggi il mio cammino, con il suo carico di conoscenze, di rapporti interpersonali, di sfide emozionali, di dolore ma anche di speranze, di una concezione del mestiere come servizio.

Quel 19 giugno 1996 mi ritrovai catapultata in un fatto dai contorni inizialmente imprevedibili: la portata della bomba d'acqua - termine oggi entrato nel lessico comune - abbattutasi sull'alta Versilia non era percepibile dalla piana e dalla costa nei suoi drammatici effetti. Ma c'era un che di strano nell'aria, la sensazione di qualcosa d'incomprensibile. Le prime conferme sulla gravità dell'evento le ebbi cercando di inoltrarmi nel cuore della Versilia: il tratto di strada fagocitato dal fiume a Corvaia, il centro di Seravezza allagato e il fiume Vezza che correva impetuoso, lambendo le spallette, scuro e carico di tanto materiale che sbatteva forte contro i ponti. Ma come era possibile che nel fiume fosse finita tutta quella roba? Evidentemente era il fiume che se l'era portata via, andando a violare la quotidianità di tante case e giardini, trascinando quanto trovava sul suo percorso, in una folle corsa verso il mare.

Furono questi i primi ma chiari segnali che a monte la situazione doveva essere veramente drammatica anche se non prevedibile in tutti i suoi risvolti. Le strade per la montagna erano impercorribili, divorate dai corsi d'acqua o cancellate da frane, le comunicazioni telefoniche interrotte tanto che non era possibile una verifica diretta e certa di quanto stava accadendo.
Le prime voci allarmanti trovarono ben presto conferma nei racconti dei soccorritori che avviarono una difficile operazione per dare il primo sostegno agli abitanti dei centri più colpiti.
Solo il sorvolo con gli elicotteri permise di gettare uno sguardo d’insieme su quel quadro di diffuso dissesto, ai confini del surreale: grosse unghiate avevano ferito in profondità i versanti delle Apuane, scaraventando lungo i canaloni tonnellate di massi e alberi che erano finiti sui paesi dello stazzemese così come sul versante "gemello" della Garfagnana.

Una spessa coltre di fango e detriti aveva sfigurato quei luoghi caratteristici spazzando via, in un crescendo di distruzione, il paese di Cardoso: case, ponti, strade, ogni colore e suono di quell'inizio d'estate e con loro le giovani vite di Giulia e Alessio, rapiti dalle acque assieme a Elena, Valeria, Margherita, Alma, Norma, Mario, Marino, Isolina, Renata, Manuela, Graziana, Valentino.
Quattordici i morti (di cui un corpo, quello di Valeria, mai ritrovato) e tanta disperazione per una lotta che sembrava assolutamente impari, ingaggiata d'improvviso contro una natura che pareva avere cambiato la propria identità, da madre generosa a perfida matrigna.

Ogni ricordo di quei giorni è strettamente legato al desiderio di voler conoscere e raccontare tutto quello che stava accadendo, per informare e amplificare le voci di coloro ai quali non era rimasto altro che il pianto. Raccontare quotidianamente ogni vicenda era un modo per spalancare le porte alla consapevolezza di quanto accaduto, tenere alta l'attenzione dell'opinione pubblica, accompagnare i ritmi dell'immane lavoro svolto dalle istituzioni, in un encomiabile fronte comune non così frequente nel nostro Paese.  
In quei mesi ho scoperto il senso di una professione che può farsi servizio per una comunità, raccontando ma anche partecipando, sollevando i problemi che di volta in volta si presentavano al solo scopo di accelerare una soluzione.

Ascoltare la gente, leggere il disorientamento nei loro occhi, raccogliere la disperazione, il nervosismo ma anche i primi tiepidi sorrisi, sono state lezioni professionali ma, ancor prima, di vita.
La scommessa quotidiana, raggiungendo Pontestazzemese, Cardoso e i luoghi più colpiti, era di offrire ai lettori de Il Tirreno un quadro obiettivo della situazione, le storie di questa gente, i provvedimenti amministrativi e le richieste di cittadini e imprenditori, cercando di rifuggire dalle polemiche e, piuttosto, traducendo gli eventuali dissensi in un confronto proficuo che rappresentasse una via accelerata per giungere quanto prima alla messa in sicurezza e ricostruzione.

Ma la vera difficoltà, alla fine, non stava tanto nel tenere fede a un metodo di lavoro propositivo, con la consapevolezza che gli animi erano talmente infiammabili e demoralizzati che ogni parola poteva acquistare un peso immane, provocando facilmente risentimenti o false illusioni.

La più grande sfida era, semmai, quella con i sentimenti, con le emozioni, con quella stessa rabbia e paura condivise giorno dopo giorno con le comunità colpite. Partecipare, in quei mesi e anni, alla loro quotidianità faceva vivere angosce e difficoltà che, alla fine, potevano condizionare il lavoro. Era dunque richiesto uno sforzo di astrazione: calarsi nelle loro vite per comprendere sino in fondo ogni parola, ogni sguardo, ogni reazione ma, al contempo, allontanarsi forzatamente dai sentimenti per trattare le vicende con il dovuto distacco così da garantire una cronaca intinta nelle emozioni ma non in preda ad esse.

Non è stato facile, soprattutto nei mesi più difficili e incerti, soppesare testa e cuore, partecipare alle loro vite ma guardarle da fuori, trovare le parole giuste per riempire vuoti incolmabili e, ancor più, per raccontarli pubblicamente con il dovuto rispetto.

Non so quanto ci sia riuscita, di sicuro dopo venti anni conservo ancora tutte quelle immagini, il rumore assordante degli elicotteri, l'odore del fango, i volontari con le tute arancio, i brandelli delle case ma, soprattutto, quegli sguardi che vedo ancora dinanzi a me, uno ad uno. 



Articolo pubblicato dal quotidiano Il Tirreno del 19.06.2016 (pagg. XII e XIII) 

Qui il video 

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