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giovedì 4 febbraio 2016

La misericordia per una comunicazione che si faccia prossima all’uomo e al suo diritto alla verità

Il messaggio di papa Francesco per la 50ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che si celebrerà il prossimo 8 maggio, si colloca appieno nell’anno giubilare, proponendo il tema della misericordia come elemento costitutivo della comunicazione.

Comunicazione e misericordia: un incontro fecondo” è il tema del messaggio che trova nella parola “prossimità” la perfetta sintesi per un approccio comunicativo e relazionale che si nutra di misericordia e della volontà di giungere a ogni uomo, portando “la compassione, la tenerezza e il perdono di Dio per tutti”.

In un’epoca in cui le moderne tecnologiche hanno introdotto non solo nuovi prodotti sul mercato e nelle nostre tasche ma, soprattutto, un differente modo di relazionarsi con essi, divenendo da mezzi dei veri e propri ambienti nei quali dipaniamo le nostre vite, il messaggio del papa offre importanti punti fermi per un risanamento dell’approccio relazionale e comunicativo.

Difficile, per chi fa dell’informazione la propria professione, non leggere in un’ottica applicata questo messaggio, per comprendere quanto avviene nel mondo della comunicazione e quanto, ciascuno di noi, compie nella direzione di un servizio ispirato alla misericordia.
In altre parole, la comunicazione che passa ogni giorno tra le nostre mani e sotto i nostri occhi, è improntata alla misericordia? E ancora, l’operatore dei mezzi di informazione sa farsi prossimo al proprio pubblico, sa essere un intermediario onesto tra i fatti e la notizia, è capace di servire la verità e i destinatari dei propri “prodotti”?

Una prima riflessione si impone sul tema di un approccio comunicativo che non costruisca muri, bensì crei ponti per “favorire l’incontro e l’inclusione”. Non una comunicazione malata di settarismo ma che, animata dall’amore e dalla gioia del credente, sappia e voglia arrivare veramente a tutti.
Papa Francesco arricchisce questo invito con l’espressione “diffondere intorno a noi il calore della Chiesa Madre”, non meno efficaci le parole di monsignor Claudio Maria Celli che, nella messa con i giornalisti, in prossimità della solennità liturgica del patrono san Francesco di Sales, ha sottolineato il ruolo del comunicatore, così che “la gente che ci avvicina deve percepire il profumo del Vangelo”.
Foto di Jean-Yves Lemoigne

Una comunicazione che, per essere inclusiva, dovrebbe innanzitutto essere permeata dall’attenzione ai fatti e alla persona, così da “scegliere con cura parole e gesti per superare le incomprensioni, guarire la memoria ferita e costruire pace e armonia”.

Un monito che cade in un’arena mediatica caratterizzata dal perenne scontro, dalla violenza verbale, da una comunicazione - e di conseguenza da una informazione - animata dalla ostentata faziosità e da una corsa all’utilizzo di toni sempre più gridati e spigolosi che non favoriscono di certo quella relazione e comunicazione auspicata da papa Francesco come lievito di comunione.


Un altro aspetto caratterizzante il messaggio è quello relativo a uno stile comunicativo capace di “superare la logica che separa nettamente i peccatori dai giusti”. Riflessione che si adatta bene a una lettura dell’informazione a tutto campo, caratterizzata spesso - tra i suoi limiti - dal vizio di emettere sentenze. Scrive papa Francesco nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Noi possiamo e dobbiamo giudicare situazioni di peccato - violenza, corruzione, sfruttamento ecc. - ma non possiamo giudicare le persone, perché solo Dio può leggere in profondità nel loro cuore”.
In effetti il giornalista dovrebbe essere colui che racconta i fatti ma non che emette sentenze e invece si assiste a una progressiva deriva della professionalità e, persino, al consolidamento di vere e proprie aule di giustizia mediatiche, dove i processi vi si celebrano prima ancor che nei luoghi ad essi deputati.

Con gravi rischi per la pressione mediatica sugli stessi e con un verdetto, quello mediatico, che per la sua capillarità e incisività finisce paradossalmente per avere un peso maggiore di quello emesso dai giudici, con le evidenti ripercussioni sul piano della sfera personale dei soggetti coinvolti.
Tanto più che al processo collettivo partecipano ormai proprio tutti: è sufficiente frequentare i social  network per entrare a far parte di questo rito collettivo della diffusione di informazione e disinformazione, unendosi a un “brusio dell’insignificante” (Gitlin) che rende pericolosamente indistinguibile la verità dalla “bufala”.

Ecco quindi il terzo aspetto che vale la pena evidenziare nel messaggio di papa Francesco: l’ascolto. “Comunicare significa condividere - si legge - e la condivisione richiede l’ascolto, l’accoglienza” e ancora: “ascoltare significa prestare attenzione, avere desiderio di comprendere, di dare valore, rispettare, custodire la parola altrui”. Tutto quanto coinvolge realmente la persona e non semplicemente un account o un profilo, riappropriandosi di un potere: essere protagonisti della nostra vita, dei nostri giudizi, di prese di posizione consapevoli e, se necessario, capaci di andare controcorrente.

Una rialfabetizzazione del ruolo di comunicatori, sia nella professione giornalistica sia nell’attuale sistema relazionale, partendo da un nuovo approccio che sappia uscire dalla logica massificante dei mass media per guardare alla persona non come un target da raggiungere con i propri messaggi persuasori ma come un alter ego con il quale costruire “prossimità”. Una prossimità tangibile che, nella complessità del “villaggio globale”, sappia giungere sulla soglia di ogni porta e di ogni cuore per far entrare, sulle ali della comunicazione, una ventata di misericordia.



Articolo pubblicato su San Bonaventura informa - gennaio 2016

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