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domenica 4 novembre 2012

Immaginazione, identità e fede secondo p. Radcliffe

L'immaginazione, il coraggio di coltivare la propria identità e di condividere la propria fede come presupposti per un risveglio del Cristianesimo in occidente. Parola di padre Timothy Radcliffe, il teologo domenicano apprezzato in tutto il mondo per la sua capacità di analisi sulla Chiesa e la società contemporanea.
 


 
L'anno della fede, aperto il mese scorso da papa Benedetto XVI, così come il Sinodo dei vescovi, concluso pochi giorni fa, offrono numerosi spunti di riflessione e indicazioni sulla direzione di marcia della Chiesa, nella sua accezione più ampia di comunità dei credenti.
Una delle sfide principali è senza dubbio quella attorno cui è stata indetta l'assemblea generale ordinaria dei vescovi di tutto il mondo, ovvero la nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana, intesa nel senso di primo annuncio ma anche di nuova, ripetuta evangelizzazione.
Un'esigenza dettata da più fattori: in primis la diffusa secolarizzazione che sta calando un velo di oblio sul messaggio cristiano nelle aree tradizionalmente legate alla fede in Cristo e assieme i crescenti flussi migratori che vedono una progressiva modificazione delle componenti anche religiose nelle nostre città.
Se gli stessi padri sinodali hanno individuato alcune azioni per una nuova ed efficace evangelizzazione, i temi di riflessione rimangono numerosi, offerti da quei teologi che hanno uno sguardo particolarmente attento e sensibile sulla società di oggi.
Tra questi, appunto, padre Timothy Radcliffe, maestro generale dell'Ordine domenicano dal 1992 al 2001, docente di Sacra Scrittura all'Università di Oxford e apprezzato studioso della Chiesa e della società contemporanea.
Padre Radcliffe nei giorni scorsi era a Roma per partecipare all'inaugurazione del 109° anno accademico della Pontificia Facoltà Teologica "San Bonaventura" Seraphicum, retta dall'Ordine dei Frati minori conventuali.
Il teologo inglese ha tenuto una prolusione sul tema "Come la nostra fede può toccare l'immaginazione dei nostri contemporanei", accogliendo così l'invito rivolto dal preside Padre Domenico Paoletti per inaugurare un anno accademico coincidente con l'Anno della fede e in continuità con un percorso di analisi e approfondimento sulla metodologia teologica avviato dalla Facoltà.
"È la passione sincera della fede che fa la differenza nella ricerca e nella comunicazione-testimonianza in un'epoca di profonda crisi e trasformazione del credere e del vivere", ha sottolineato il preside Paoletti, inquadrando il tema nell'attuale contesto. "Possiamo dire che la fede o c'è o non c'è niente. La fede viva cerca di capire e una fede che cerca di capire vive".
Dunque come essere efficaci oggi, come arrivare dritti al cuore dei contemporanei?
Innanzitutto coinvolgendo l'immaginazione, raccomanda Radcliffe: "non credo che l'ateismo ci offra tanto una sfida intellettuale, quanto piuttosto una sull'immaginazione. Come possiamo condividere una immaginazione cristiana? Ciò che è in gioco è precisamente la sapienza. La scienza ci offre conoscenza, che deve essere valutata secondo le basi della scienza. Invece fede e filosofia cercano la sapienza".
Un ragionamento che passa da uno dei più bei film degli ultimi anni, "Uomini di Dio" sulla vita e la morte di sette monaci trappisti rapiti e uccisi, nel 1996 in Algeria, da un gruppo di terroristi islamici.
Un film che riesce a coinvolgere e ad arrivare all'immaginazione parlando di "gente particolare che è vissuta in una comunità particolare", un film che "ci commuove perché qui - ha sottolineato il teologo domenicano - sentiamo la vicinanza di Dio anche se è apparentemente assente".
Dunque il particolare come chiave di accesso all'universale: "il Cristianesimo è strano e contro-culturale perché vediamo il significato universale incarnato in particolari, limitati, uomini mortali che vivono assieme".
Da questa capacità di essere se stessi, rifuggendo da una generale omologazione oggi fortemente marcata, si comprende l'importanza dei santi, "persone che hanno corso il rischio di diventare la persona unica che Dio ha creato". Una coerenza giocata sulla propria unicità e individualità, tanto che "il santo è qualcuno che si permette di essere se stesso".
Messaggio assai pregnante in una società che punta alla massificazione di pensieri e comportamenti, conducendo a sacrificare la propria individualità e personalità, sposando atteggiamenti e mode rassicuranti, quasi come un passepartout per garantirsi un sicuro gradimento. 
E poi c'è la centralità della condivisione della fede che in questo modo "diviene sempre nuova e fresca", "è come l'accensione successiva di fuochi di segnalazione, uno accende l'altro, così la buona novella passa", garantendo quindi anche esperienze e apporti individuali. E quanto sia importante questa trasmissione creativa lo dimostra la capacità di Karol Wojtyla di "arricchire l'immaginazione dei polacchi dando loro parole belle: quando i polacchi poterono finalmente immaginare un mondo diverso, un mondo radioso, allora quello noioso e squallido del comunismo semplicemente crollò".
Ma insomma come ricreare questa vicinanza con Dio? Evidentemente tornando a essere se stessi, a guardarsi attorno, a individuare persone particolari.
"Solo le persone particolari - ha concluso p. Radcliffe -, nella propria 'ipseità', possono portarci vicino al Salvatore che si è fatto persona particolare. Questa trasmissione immaginativa non accade se la consegniamo in un piatto. Ognuno deve percorrere la sua strada, come hanno fatto quei monaci".
 
 

 

 

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