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sabato 4 febbraio 2017

Quando il tipo di sguardo fa la differenza


Il messaggio di papa Francesco per la 51ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che sarà celebrata il prossimo 28 maggio, rappresenta una nuova sfida per i giornalisti e, in senso lato, per ogni comunicatore.
Il tema è alquanto impegnativo – “Comunicare speranza e fiducia nel nostro tempo” – e lo è in virtù di una combinazione di motivazioni a carattere tecnologico e sociale.

L’informazione racconta e rispecchia la realtà che viviamo quotidianamente o, piuttosto, la società si alimenta in tante sue dinamiche di quanto passa attraverso questi mezzi?
A tal proposito è indispensabile una prima riflessione sul venir meno della linea di demarcazione tra
coloro ai quali spetta diffondere informazioni e quanti ne sono i fruitori.
Non si tratta di un elemento di poco conto: sino a qualche tempo fa, neppure così lontano, il giornalista era il soggetto preposto a comunicare al mondo gli avvenimenti, verificando le fonti, raccogliendo le notizie nel rispetto di precise pratiche professionali e immettendole in un circuito informativo, sostanzialmente unidirezionale, nel quale i rispettivi ruoli erano ben distinti.

Proprio per questo il mondo dell’informazione, assieme alla famiglia, alla scuola, alla Chiesa, si è per
lungo tempo fregiato del ruolo di agenzia educativa, in quanto chiamato a fornire notizie e chiavi di
lettura utili a interpretare la realtà.
Tralasciando le dinamiche interne alla professione e che hanno condotto a un evidente scadimento della qualità e della attendibilità dei prodotti giornalistici, è evidente che un grosso scossone è arrivato dalle nuove opportunità tecnologiche che, attraverso un semplice smartphone e piattaforme social, consentono a chiunque di immettere in rete informazioni, più o meno vere, più o meno verificate.

In questo nuovo contesto si cala con grande pertinenza il messaggio di papa Francesco, diretto a quanti diffondono informazioni a titolo professionale e a quanti lo fanno in un’ottica relazionale, alimentando in maniera massiccia la portata informativa dei canali che attraversano la rete: blog, Facebook, Twitter, Instagram e tutte quelle piattaforme nelle quali condividiamo le nostre vite, resoconti, cronache, pensieri, suggestioni, emozioni. E alle quali attingono sempre più spesso anche le testate giornalistiche.

Ecco che in questi crocevia quotidiani si intrecciano ogni giorno migliaia di informazioni, con una corsia preferenziale per le cattive notizie, gli scandali, i fatti che creano sensazionalismo. La cinica regola del giornalismo secondo cui le cattive notizie fanno più notizia di quelle positive, è confermata e aggravata da condivisioni di post, retweet, commenti superficiali, risse digitali, semplificazioni e mistificazioni dei fatti.

All’interno di questo girone, spesso infernale, arriva il richiamo di papa Francesco a promuovere una
“comunicazione costruttiva che, nel rifiutare i pregiudizi verso l’altro, favorisca una cultura dell’incontro, grazie alla quale si possa imparare a guardare la realtà con consapevole fiducia”.
Il verbo “guardare” a buon diritto potrebbe guadagnarsi un hashtag in questo messaggio: guardare con occhi nuovi; guardare senza pregiudizi; guardare restituendo a noi stessi e agli altri quella speranza e fiducia che stiamo pian piano perdendo, spesso soffocate da asfittiche cattive notizie che mettono in risalto solo gli aspetti negativi e drammatici di ogni vicenda, finendo così per oscurare quell’orizzonte di bellezza e bontà che è comunque presente in ogni vicenda e in ogni persona.

L’invito del papa è chiaro: “spezzare il circolo vizioso dell’angoscia e arginare la spirale della paura, frutto dell’abitudine a fissare l’attenzione sulle ‘cattive notizie’ (guerre, terrorismo, scandali e ogni tipo di fallimento nelle vicende umane)”, non volgendo lo sguardo dall’altra parte, beninteso, bensì cercando di “oltrepassare quel sentimento di malumore e di rassegnazione che spesso ci afferra, gettandoci nell’apatia, ingenerando paure o l’impressione che al male non si possa porre limite”.

Come cambiare, quindi, il proprio registro comunicativo, come invertire la direzione del mezzo informativo in folle corsa, con il coraggio dato dalla consapevolezza che ne va della verità e della crescita dell’uomo?
Papa Francesco riconduce l’approccio alla scelta degli “occhiali” con i quali decidiamo di guardare la
realtà. Indubbiamente avvicinarsi ai fatti senza condizionamenti è un presupposto indispensabile per
servire la verità e il diritto dell’uomo di conoscere, anche e soprattutto gli aspetti positivi, seppure meno appaganti dal punto di vista dello share.

Guardare alla buona notizia e alla presenza di Dio in ogni dinamica della vita è un esercizio indubbiamente più abbordabile per il comunicatore credente (e coerente), qualche sforzo in più può richiedere in chi non riconosce nelle vicende una presenza salvifica.
Ma il vero, il buono e il bello sono presupposti oggettivi che dovrebbero essere tali per ogni giornalista, se solo si avesse maggiore consapevolezza che - ripeteva un grande professionista come Giuseppe De Carli - “l’informazione è una questione di sguardo, di profondità spirituale dello sguardo”.
Partire dalla consapevolezza di uno sguardo nuovo e attento può essere già un buon inizio, a garanzia di una maggiore speranza e fiducia.


Articolo pubblicato da San Bonaventura informa 

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