Era stato san Giovanni XXIII a pronunciare, la sera dell'11
ottobre del 1962 all'apertura del Concilio Vaticano II, quel celebre discorso.
"Si direbbe che persino la luna si è affrettata, stasera a guardare questo
spettacolo".
Ieri sera, volgendo lo sguardo al cielo, si notava distintamente
una luna quasi espressiva sovrintendere allo storico abbraccio tra papa
Francesco, il presidente dello Stato di Israele Shimon Peres, quello dello
Stato di Palestina Mahmoud Abbas e il Patriarca ecumenico Bartolomeo I.
Tutti insieme, in quel triangolo verde che ha colorato di speranza il futuro dei popoli israeliano e palestinese, del Medio Oriente ma, più in generale, di ogni parte del mondo stretta nella morsa di conflitti.
Un momento di preghiera e di invocazione alla pace, voluto da papa
Francesco e annunciato nel corso del recente viaggio in Terra Santa, con due
rappresentanti di popoli eternamente in conflitto, incapaci di trovare ciò che unisce
piuttosto che rinnovare le ferite di ciò che divide.
Non un vertice politico è stato subito sottolineato, bensì
un'occasione per ritrovarsi e pregare, prima la comunità religiosa ebraica, poi
la cristiana e quindi la musulmana, in quel triangolo che è già storia e al cui
vertice sedevano, a fianco di papa Francesco, quei due presidenti che il mondo
vorrebbe riconoscere come costruttori di pace. Alle loro spalle il cupolone
della basilica di San Pietro illuminato dagli ultimi raggi del sole, in questa
giornata che ha voluto far sorgere nuove speranze di pace.
Pace, Shalom, Salam le tre invocazioni che hanno risuonato per
tutta la serata nei Giardini vaticani, tra partecipanti che nei loro abiti e
simboli rappresentavano le differenze di mondi diversi ma che, al netto di
calcoli di convenienza politica e di immagine, potrebbero portare in dote il
reale desiderio di cambiare, di dimostrare coraggio, di divenire fratelli.
Lo ha ripetuto più volte papa Francesco durante il suo intervento
che ha fatto seguito ai tre momenti di preghiera, cadenzati a loro volta da
un'espressione di lode a Dio per il dono della creazione, da una richiesta di
perdono per i peccati contro Dio e il prossimo e da una invocazione affinché
venga concesso il dono della pace.
"Per fare la pace ci vuole coraggio - ha sottolineato papa
Francesco - molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì
all'incontro e no allo scontro; sì al dialogo e no alla violenza; sì al
negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni;
sì alla sincerità e no alla doppiezza. Per tutto questo ci vuole coraggio,
grande forza d'animo".
Una
invocazione alla pace che è stata anche un evidente richiamo al senso di
responsabilità e a un dovere di amore nei confronti delle generazioni future:
"Signori Presidenti - ha sottolineato papa Francesco - il mondo è
un'eredità che abbiamo ricevuto dai nostri antenati, ma è anche un prestito dei
nostri figli: figli che sono stanchi e sfiniti dai conflitti e desiderosi di
raggiungere l'alba della pace; figli che ci chiedono di abbattere i muri
dell'inimicizia e di percorrere la strada del dialogo e della pace perché
l'amore e l'amicizia trionfino".
Pace,
per non evocare gli orrori della guerra che dovremmo sempre sentire martellanti
in noi, come un monito costante, "perché la vera pace diventi nostra
eredità presto e rapidamente" e per questo "dobbiamo adoperarci con
tutte le nostre forze per raggiungerla", "anche se ciò dovesse
richiedere sacrifici o compromessi" ha detto Shimon Peres. Invocazione
seguita da quella di Mahmoud Abbas, nella consapevolezza di come la pace in
Terra Santa non sia fine a se stessa ma "se la pace si realizza a
Gerusalemme, la pace sarà testimoniata nel mondo intero" ha detto il
leader palestinese citando san Giovanni Paolo II.
Dopo
quasi due ore si sono spenti gli echi della musica che ha accompagnato i
momenti di preghiera, ogni frase ha messo il punto conclusivo, le braccia hanno
sciolto gli intrecci di abbracci e le vanghe hanno gettato le ultime zolle di
terra su quell'olivo piantato tutti assieme, a ricordo della giornata.
Un
incontro a carattere religioso e non politico, durante il quale si è pregato in
questo triangolo verde del Vaticano come in tutto il mondo ma è indubbio che
adesso anche la politica dovrà fare la sua parte. Dovrà attingere a quelle
invocazioni per dare consistenza alle parole e agli impegni, per fare della
speranza una realtà, per dimostrare il coraggio di essere fratelli non solo in
una calda giornata romana e sotto le telecamere, ma soprattutto nei vicoli di
strade macchiate dalla violenza e dall'intolleranza.
Articolo pubblicato da LPL News 24
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