Il tema della fede nelle sfide dell’oggi. È questa la mission affidata a Christina Hoffmann, vaticanista tedesca: un compito delicato, come custodire e proteggere un diamante. Un’avventura in sei tappe alla fine delle quali risplenderà la luce preziosa. A raccontarcela nel suo romanzo “Il diamante di Kimberly” (Giovane Holden edizioni) – uscito due mesi fa con un debutto alla Fioreria delle storie di Querceta - è Elisabetta Lo Iacono, versiliese, giornalista professionista che dopo varie e diversificate esperienze nella sua terra tra uffici stampa, carta stampata e radio, ha lavorato per un decennio come docente alla Pontificia Facoltà teologica San Bonaventura Seraphicum di Roma. “Il diamante di Kimberly” non è il suo primo libro, ma è il primo romanzo, perché le precedenti pubblicazioni erano saggi.
Cosa l’ha spinta sulla strada della narrativa?
«Il desiderio di sperimentare la strada del romanzo è scaturito dal fascino che ha sempre esercitato su di me la lettura e quindi dalla volontà di incamminarmi come autore su quei percorsi. Questa volta passando dunque dallo “scompartimento” dei lettori alla “cabina” dove si pilota il viaggio. Con la saggistica si sperimenta ovviamente un tipo di lavoro differente, fatto di studio e di ricerca, mentre il romanzo è una sorta di avventura che non conosce confini. Un viaggio che può inglobare le suggestioni di luoghi, persone, fatti ma che ha il potere di filtrare tutto attraverso quella preziosa lente che è la fantasia».
È una storia con una protagonista femminile, che svolge una professione che ben conosci in un contesto altrettanto ben noto: quanto di te è rimasto tra le righe? Tra l’altro l’uso dell’io narrante spinge in quella direzione…
«Credo che sia difficile non lasciare traccia di sé, delle esperienze e del proprio vissuto in un romanzo. Seppur adottando al massimo grado la fantasia, chi conosce l’autore troverà sempre qualche traccia familiare. Al di là dell’indizio principale, ovvero il fatto che la protagonista sia una vaticanista, ci sono indubbiamente diversi tratti autobiografici, a partire dai pregi e dai difetti di Christine, la protagonista».
Una vicenda che si svolge nei palazzi Vaticani: storia di intrighi e poteri o storia di fede?
«Nel romanzo non sono presenti intrighi di palazzo e di potere, bensì intrecci di cuore nell’accezione più ampia. Si tratta di un viaggio che si dipana sulle strade della vita, delle domande, delle perplessità e dei desideri. È proprio mettendosi in cammino e guardando non solo ai propri piedi ma anche ai percorsi altrui che si può comprendere la vita. È attraverso l’incontro che si crea quel miracolo che si chiama empatia. Un libro che parla di fede e che schiude orizzonti di luce anche per chi non è credente ma ama l’umanità, nelle sue tante differenze».
Resta il fatto – e lo dimostra anche il film “Conclave” - che l’ambiente Vaticano ha un suo fascino forse per quell’essere una realtà sui generis. Lei che lo conosce, come spiega questo “appeal”?
«L’ambiente Vaticano ha un enorme carisma, derivante da tanti aspetti che lo connotano a carattere storico, simbolico e, indubbiamente, per quella presenza del Mistero. Che si creda o meno, è una realtà carica di fascino, con dinamiche, ritualità e linguaggi propri che ho cercato di rendere nel libro, soprattutto in quell’incontro particolare in Vaticano che darà il via al viaggio della protagonista e che le riserverà anche una inattesa sorpresa».
Ha attraversato tre Pontificati: Woytjla, Ratzinger, Bergoglio: che cosa conserva in valigia di ciascuno di loro?
«A Giovanni Paolo II sono legata per l’avvio del mio percorso professionale nell’ambito della Chiesa e del Vaticano, dedicandogli due libri: “Se mi sbaglio mi corrigerete” sulla sua innovativa metodologia comunicativa e “Caro signor papa” sul dialogo che i fedeli hanno mantenuto con lui anche dopo la sua morte. L’accredito alla Sala Stampa Vaticana, già sotto il pontificato di Benedetto XVI, mi ha permesso di comprendere appieno e più da vicino lo straordinario profilo di papa Ratzinger come teologo e come uomo, capace di grande coerenza e coraggio. Francesco è il papa che ha portato ulteriori ventate di novità, con quella Chiesa in uscita che troviamo nel romanzo. Un papa che si è divincolato dai lacci della struttura vaticana per farsi ancor più prossimo a ogni uomo».
La scelta di una frase di Christian Bobin come esergo...
«Premetto che amo Christian Bobin, un autore che mi fa stare bene, che ci suggerisce come fare luce tra le nebbie del vivere, che ci insegna a rallentare il passo, ad ascoltare e ascoltarsi, a meditare per trovare il senso più profondo della nostra esistenza, delle relazioni con gli altri e del rapporto con Dio. Insomma, un cantore della bellezza, in ogni sua espressione. La citazione scelta mi è rimasta impressa perché la trovo straordinariamente bella e consolante, nonché calzante con il senso del romanzo».
Vaticano, Roma ma anche Sardegna, c’è un motivo particolare per la scelta dell’isola...
«Il libro parte da una spiaggia della Sardegna come luogo emblematico di vacanza e per esigenze narrative. Roma, intesa come Vaticano e città, è il vero punto di partenza della storia che toccherà diverse tappe, in Valle d’Aosta e soprattutto in Piemonte. Con il finale in un luogo altamente suggestivo, al termine di una notte movimentata sospesa tra realtà e sogno, preludio a un nuovo giorno che porterà una rinnovata luce nella vita della protagonista e, mi auguro, dei lettori».
Il titolo: che cosa si nasconde dietro il “diamante di Kimberly”?
«L'incontro della protagonista con il suo primo interlocutore, un filosofo francese con alle spalle una storia molto appassionante, svela il senso del titolo. Senza spoilerare troppo, posso dire che la luce è un elemento ricorrente nel romanzo. In che senso si può scoprire leggendolo!».
Intervista della giornalista Cristina Bulgheri, pubblicata dal quotidiano Il Tirreno
11.2.2025
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