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sabato 11 maggio 2013

Il vero significato della povertà: da Francesco di Assisi a papa Francesco


“Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. É stato questo il primo riferimento di papa Francesco alla “povertà”, pronunciato nel corso dell'udienza agli operatori dei media, appena tre giorni dopo la sua elezione.
Proprio in quell'occasione papa Bergoglio ha spiegato - per la prima volta - il perché del nome Francesco, riconoscendo in san Francesco di Assisi “l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato”.
Ma qual è il senso della povertà francescana e come può essere declinata a livello individuale, sociale ed economico? Soprattutto, può essere compatibile con la modernità? Quali le strade percorribili per renderla effettivamente realizzabile?

Ad accompagnarci nella comprensione del significato della povertà francescana è padre Orlando Todisco dell'Ordine dei Frati minori conventuali, filosofo e docente emerito della Pontificia Facoltà teologica “San Bonaventura” di Roma.


Padre Todisco, cosa si deve intendere per povertà francescana?
La povertà è forma di vita, di una vita dotata di un grande potere, ovvero il vivere senza potere, quello puramente materiale. Il principio guida è costituito dall'assunto che solo nutrendo la sete dell'anima è possibile tenere sotto controllo la fame del corpo. Non si rende però giustizia alla povertà francescana se l'accento cade prioritariamente sulla rinuncia o se si risolve nella condanna della ricchezza. Condizioni, queste, in contrasto con la "laetitia" e l'"hilaritas franciscana".

Qual è la portata più profonda del concetto di povertà?
Il tema della povertà riveste un ruolo euristico di significativa rilevanza perché obbliga a prendere in esame quella porzione di umanità - i poveri - con una dignità che la marginalizzazione sociale non cancella. Come anche a esplorare se la situazione di miseria, in cui taluni versano, non sia dovuta prioritariamente alla specifica organizzazione della vita sociale.

Non rischia di essere interpretato da qualcuno come un concetto in antitesi a quello di modernità e sviluppo?
Francesco non ha inteso frenare la corsa ma renderla meno affannosa, non eliminare la competizione ma evitare che degeneri in conflitto. Ha sognato un'umanità dinamica e fraterna mentre il desiderio dell'autoaffermazione ci rende diffidenti e aggressivi. Il rifiuto del denaro non è condanna del commercio bensì del potere possessivo e del suo spirito discriminatorio. Per Francesco il peccato originale dell'umanità è la volontà di signoria dell'uno sull'altro, scambiata per libertà.

Si può, a suo avviso, intravedere nella strenua difesa della propria identità un altro problema che genera frammentazione sociale?
Certo, ognuno vive della ed entro la propria cultura mentre l'impegno sta nel non identificarsi con alcuna perché si comprenda che ogni cultura è un'espressione comunitaria del tutto inadeguata e dunque provvisoria rispetto a ciò che è possibile dire e fare a livello sia individuale che comunitario.
Il francescano non ha alcuna identità da imporre o da far valere: il suo compito è di mostrare la ricchezza che sta nella pluralità delle culture, non la loro miseria. Noi tutti dovremmo considerarci “advenae et peregrini”, ospiti e forestieri, nel senso di convivere senza alzare la voce, in pace.

Al di là dei buoni propositi, cosa significa concretamente?
La risposta sta nel vivere per il bene comune, intendendo con ciò non prevalentemente ciò che è proprio – bene privato – né ciò che è di tutti indistintamente – bene pubblico -, bensì il bene che circola e tiene insieme i molti – il bene comune, appunto – il che accade solo se il soggetto che ne fruisce è in relazione essenziale all'altro o, meglio, se ciò che viene messo in atto provoca o alimenta la comunione, o anche se contribuisce alla crescita qualitativa della comunità. Oggi la povertà francescana può risultare un vero tesoro da riscoprire, dando corpo al cambio del principio guida del pensare e del convivere: non più il primato delle cose ma delle relazioni tra i singoli e tra le nazioni. Venendo al mondo, ognuno di noi è fatto per l'altro, mentre si trova a vivere per sé. Questa è la contraddizione più profonda. Nell'attuale società non ci si può che scontrare con l'altro, dal momento che, invece di entrare in comunione con l'altro, l'impianto socio-economico spinge ognuno a vivere per sé e a piegare l'altro a sé.

Partendo da questo assunto, come modificare gli attuali equilibri sociali?
É necessario andare alle radici dell'essere e chiedersi dove riporre la propria grandezza: prevalentemente nel possesso di beni materiali o piuttosto in un orizzonte che inglobi la dimensione economica trascendendola? Il primato dell'altro, concretizzato nella scelta dei poveri, è il grimaldello con cui il francescano sottopone a critica la modernità, ponendo al centro la consapevolezza di come la dimensione dell'alterità sia costitutiva del nostro io più vero. Il che comporta, su un piano immediato, la messa in crisi dell'impianto antropologico su cui l'Occidente ha eretto l'edificio economico e cioè il primato dell'io e dell'efficienza. La massimizzazione del profitto e la conseguente accumulazione dei beni rientrano in quest'ottica e trovano in tale rete la loro difesa. Il meccanismo capitalistico è efficace nel produrre cose ma inabile a generare relazioni. Sia ben chiaro che non è la ricchezza in sé l'oggetto della critica ma la ricchezza fine a se stessa e cioè non partecipata sia nell'atto della produzione, disinteressandosi del grave fenomeno della disoccupazione – quasi fosse socialmente irrilevante e soggettivamente ininfluente –, sia in rapporto alla distribuzione, ai fini cioè del suo godimento, condannando parte rilevante dell'umanità alla fame.

A cosa si riferisce papa Francesco quando parla di povertà?
Al centro sta la logica del dono, nel senso che ognuno dovrebbe dare quanto può e quanto sa per accrescere il bene dell'umanità e allora il sistema risulterebbe animato da una diversa forza, non più di dominazione e sopraffazione ma oblativa. Il sogno di elevazione sociale di papa Francesco sta proprio nel trasformare la merce in dono. É preziosa e impegnativa la sua lezione francescana perché impone una sorta di ripensamento dell'indole dell'essere: non più diritto da rivendicare ma dono da offrire nello scambio, con il garbo del gran signore. É la via che fa del “fidelis” un “civis” e cioè il testimone di uno stile di vita secondo cui non è vero che il profitto è la principale ragione per la quale valga la pena di vivere. Si tratta, insomma, di far rivivere il “Cantico delle creature” di san Francesco. (eli) 


Articolo pubblicato da "La Perfetta Letizia

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