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venerdì 25 gennaio 2013

Il ragazzo che ha saputo vedere l'uomo, anche nel boia


Tanti sono i motivi per i quali sono assolutamente contraria alla pena di morte. Chissà se c'è anche un "fattore territoriale" appartenendo a quella regione che vanta la discendenza dal Granducato di Toscana che il 30 novembre 1786 abolì la pena capitale per qualsiasi tipo di reato, primo stato al mondo a prendere un simile provvedimento cui, grazie a Dio, ne seguirono molti altri.

Ma tanti ancora sono i Paesi, nel terzo millennio delle contraddizioni, che mettono in atto questa forma di arrogante potere sulla vita di un proprio simile.
Il paradosso sta nel fatto che una forma tribale di pena convive con lo sconfinato e inimmaginabile - sino a qualche decennio fa - sviluppo delle tecnologie, tanto da restituirci immagini che sembrano il fotomontaggio tra un passato primitivo e un oggi futuristico.
Da giorni circola in rete la fotografia, scattata da Isna Pourmand dell'agenzia Ap, di Alireza Mafiha il giovane iraniano condannato a morte assieme a un complice per un furto. Il ragazzo in lacrime, poco più che ventenne, poggia la testa sulla spalla del boia prima dell'esecuzione pubblica nella piazza di Teheran, avvenuta il 20 gennaio.
Questa foto tocca le corde della sensibilità e va ancora più giù in profondità, sino a farci male e a scavare nei pertugi più reconditi della nostra anima.
Il condannato a morte che cerca quel briciolo di consolazione, per l'ultima volta, sulla spalla del boia incappucciato parla direttamente alle coscienze, gridando lo scandalo di una pena che non lascia spazio al pentimento e che si arroga il potere di disporre della vita di un proprio simile, il potere della perfezione che non riserva alcuna comprensione per gli sbagli dell'uomo.
Il volto coperto dell'esecutore della pena di morte non permette di vedere i suoi occhi che, se è vero che sono specchio dell'anima, qualcosa avranno pure trasmesso. Chissà se sotto quel cappuccio nero, come si addice al boia più feroce, sia sgorgata una lacrima per quel giovane disperato che cercava conforto, vedendo in quell'incappucciato braccio operativo dello stato, prima di tutto un uomo.
Proprio quello che noi, spesso, non riusciamo a leggere negli altri.
Eppure è quello che ci insegnano tante religioni che, laddove scevre di fondamentalismi, dovrebbero spingere ad amare prima di tutto l'uomo nella sua totalità, errori compresi.
Siamo stati abituati alle immagini della civilissima America disseminata (per fortuna sempre meno) di camere della morte dove finivano assassini, serial killer e quanti privavano altri uomini della loro vita.
Vedere un giovane, di per sé emblema di speranza e di futuro, finire i suoi giorni sul patibolo per un furto mette angoscia
Ma prima dell'esecuzione e del suo corpo penzolante nel vuoto c'è quella testa appoggiata sulla spalla di un altro uomo, ci sono gli umanissimi sentimenti di paura, di pentimento, di ricerca di amore.
C'è insomma un uomo vero, più di chi ha eseguito e soprattutto firmato quella condanna a morte. (eli)

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